Lo Spazio L’Ove vive in un equilibrio sottile, sospeso tra la sua vocazione comunitaria e la certezza di una fine già scritta, e ogni gesto che vi accade sembra compiuto contro il tempo, contro l’abbattimento che incombe, contro l’idea che ciò che nasce dal volontariato debba per forza consumarsi. Questa fragilità non nasce oggi, ma affonda le radici nei primi passi di questo spazio ricreativo.
È il 2019 quando Antonio Prata, già direttore di programmazione del Cinestar di Lugano e direttore del Film Festival Diritti Umani Lugano, cerca un nuovo spazio per le proiezioni di Nuovo Cineroom, una rassegna cinematografica itinerante. Qualcuno gli consiglia di andare a vedere l’edificio semi-abbandonato in via Luganetto 1. Costruito nel secolo scorso, per anni è stato utilizzato come mensa operaia; poi come centro culturale della comunità aramaica. È uno stabile di un certo fascino, tra i più vecchi della zona, con un grande spazio interno appositamente pensato per fare comunità. La palazzina è già destinata alla vendita e all’abbattimento ma, nel frattempo, l’intento di Prata è quello di ridarle un po’ di vita. Firmato il contratto d’affitto, però, ecco l’arrivo del Coronavirus. Nuovo Cineroom, lì dentro, non entrerà.
Invece, una volta passata l’emergenza sanitaria, un capannello di registi, musicisti e amici comincia a gravitare intorno a quelle mura. Prima lavorandoci fisicamente in modo da renderle di nuovo accoglienti, poi organizzando piccole serate su invito, e infine aprendo le porte alla vibrante comunità culturale indipendente, che proprio in quel periodo era stata privata di spazi molto importanti di aggregazione e di cultura quali lo Spazio Morel e il CSOA il Molino. Nasce così lo Spazio L’Ove e l’Associazione Luganetto, inizialmente composta, oltre che da Prata, anche da Radiana Basso, Agnese Laposi, Vanni Moretti ed Enea Zucchetti. L’Associazione si auto-finanzia raccogliendo donazioni libere dagli operatori culturali che usufruiscono delle postazioni di lavoro.
Nel 2022-2023 l’esperienza della “Straordinaria – Tour Vagabonde” funge da potente catalizzatore. I contatti umani lì stabiliti si trasformano in idee, in progetti, in movimento. E il tutto, finita la Straordinaria, confluisce in via Luganetto, l’ultimo bastione di cultura indipendente a Lugano. Eventi, performance musicali, proiezioni e mille altre occasioni d’incontro e di scambio trovano posto allo Spazio L’Ove. È un successo.
Proprio quel successo, però, crea anche qualche problema: qualcuno dei vicini si lamenta del presunto rumore eccessivo. Non si sa come, ma la voce passa dalla Polizia ai proprietari dell’immobile. Gli inquilini sono richiamati all’ordine e, soprattutto, al silenzio.
Per l’associazione Luganetto è una battuta d’arresto importante. Che non solo genera scoramento, ma anche una vera e propria crisi d’identità: cosa può fare lo Spazio L’Ove? Cosa deve fare? Ha ancora senso di esistere?
A prevalere, poi, sono due consapevolezze. La prima è che L’Ove è nato, prima di tutto, come luogo d’incontro e di produzione artistica. Quelle scrivanie sono le uniche a buon mercato in tutta Lugano e gli operatori culturali ne hanno più che mai bisogno. A questo non si può rinunciare. La seconda consapevolezza è relativa alla struttura dell’edificio stesso. Se è stato un grande salotto per tanti anni, può e deve continuare ad esserlo. Ciò si traduce in un nuovo tipo di programmazione, incentrato un po’ meno sui concerti e maggiormente su proiezioni diurne, mostre, presentazioni, tavole rotonde e club di lettura, spesso in collaborazione con associazioni ed enti presenti sul territorio.
La formula funziona, ma da parte dei membri del comitato c’è un certo affanno: in quanto unica realtà di questo tipo a Lugano, lo Spazio è diventato un punto di riferimento e questo implica un carico di lavoro importante e un senso ineludibile di responsabilità nei confronti del pubblico e degli operatori culturali che qui hanno trovato casa. La natura di un progetto di questo tipo, gestito a titolo puramente volontario fin dall’inizio, è quindi per forza instabile: la passione non basta se, nel frattempo, ogni membro deve contare su un’altra professione per pagare le proprie bollette.
Oggi lo Spazio L’Ove – proprio come altri di questo tipo in tutta la Svizzera italiana – è minacciato non solo dalla precarietà nella quale si trovano ad operare i suoi volontari, ma anche dall’incertezza sulle tempistiche della sua chiusura. Quanto potrà rimanere ancora attivo lo Spazio L’Ove prima che venga abbattuto? E, quando succederà, cosa ne sarà di tutti i legami, le esperienze, e le memorie che in quelle quattro mura hanno preso vita? Avranno un nuovo luogo dove stabilirsi in modo più duraturo?