Domenica 4 ottobre alle 15.30 al Lido San Domenico un incontro informale intitolato “Più spazi“: un pomeriggio a più voci su che spazio c’è oggi, a Lugano, per cultura e aggregazione.
Due parole da parte dell’Associazione Idra.
È stata una settimana orribile, dal punto di vista degli spazi per la cultura indipendente in Ticino. In meno di ventiquattro ore abbiamo ricevuto la notizia della chiusura di due luoghi importanti per la scena: lo spazio Love/Luganetto, in via agli Orti a Viganello, e la magnifica Casa Azul di Gordola. Erano spazi messi a disposizione da privati, regolarmente affittati e pagati da associazioni e collettivi, che da anni offrivano luoghi per la musica, la creazione artistica, la fotografia e la socialità.
Luoghi informali, a bassa soglia, dove era possibile sperimentare, creare, incontrarsi, entrare in contatto con progetti sociali e culturali che spesso non trovano spazio altrove.
Non erano «spazi per giovani». Erano spazi multigenerazionali a disposizione dei quartieri e, più in generale, di tutta la comunità. Spazi dove era possibile anche costruire un percorso professionale nel mondo della cultura. Con la loro chiusura perdiamo moltissimo. Viviamo indubbiamente in un cantone più povero.
È interessante anche notare che, in entrambi i casi, le autorità competenti non si sono mobilitate per garantire la sopravvivenza di questi spazi, e nemmeno per facilitare la ricerca di alternative. Anzi, soprattutto a Lugano che è il caso che conosco meglio, negli anni le autorità hanno spesso reso la vita difficile allo spazio Love inviando polizia, diffide e multe.
Ma quello della mancanza di spazi non è un problema nato questa settimana. La questione ha radici più profonde, che possiamo far risalire almeno agli anni Settanta, quando a Lugano cominciarono le prime rivendicazioni per un centro giovanile. Poi ci sono state l’occupazione dei Molini Bernasconi nel 1996 che ha obbligato il Municipio ad occuparsi della questione aprendo un “dicastero giovani”. Più recentemente, la chiusura di luoghi storici, vitali e fondamentali per la città: il Morel, il Living Room, l’abbattimento dello stabile che ospitava MAT, il Casotto, sicuramente ho dimenticato qualcosa. E naturalmente l’abbattimento, scriteriato, del Macello, che ospitava il CSOA il Molino.
In questi anni si sono fatti molti discorsi. È nata la Carta della Gerra, sottoscritta da oltre settecento realtà, che chiede più spazi, più finanziamenti e nuove regole per il sostegno alla cultura indipendente. Sono stati creati tavoli di lavoro. Sono stati fatti progetti, studi, mappature, incontri. Nessuno può quindi dire che il mondo della cultura indipendente abbia rifiutato il dialogo. Il problema è che, alla fine, i risultati sono scarsi. Se non nulli.
A Lugano ne abbiamo una conferma anche con il nuovo bando per il Lido San Domenico, che non contempla nessuna dimensione sociale e culturale, nonostante le dichiarazioni e le promesse fatte negli anni.
La questione, alla fine, è politica: non sembra esserci una volontà concreta di occuparsi seriamente del tema degli spazi per la cultura indipendente. Anche le ipotesi ventilate attraverso la stampa, penso agli spazi del Macello (fa ridere o piangere pensare che si parli ancora di macello) o alla SAMS, la scuola di sartoria, di proprietà del cantone, rimangono, per ora, progetti non accompagnati da fatti concreti né da impegni vincolanti.
Si dice che non ci siano soldi, eppure, quando si tratta di promuovere le criptovalute, di stringere contatti con paesi governati da regimi autoritari, di fare trading di materie prime, di costruire nuove strade o di salvare il Casinò, i soldi e gli spazi, in qualche modo, si trovano.
Una recente indagine della Musikvielfalt-Initiative ha analizzato nel dettaglio come sei grandi città svizzere abbiano finanziato la produzione musicale nel 2024. Non serve nemmeno dire che Lugano si trova all’ultimo posto. È interessante però guardare anche a come vengono distribuiti questi soldi. A Lugano, su cento franchi destinati alla musica, 91 vanno alla musica classica, 2 franchi e 60 alla musica contemporanea e 5 franchi e 30 a tutti gli altri generi. Significa che la musica classica assorbe circa il 92 per cento dei finanziamenti.
E parliamo di soldi che per quasi due terzi, provengono dai proventi delle lotterie, non dalle nostre tasse. E questo forse è emblematico dello spazio che diamo alla cultura nei bilanci pubblici.
Questo ci deve far riflettere anche quando parliamo di progetti apparentemente ottimi come la Cittadella della musica. Il rischio è che si finisca per finanziare, ancora una volta, solo un certo tipo di musica sicuramente non quella che animava le serate al Lido San Domenico. Non per mettere un genere musicale contro un altro. Ma piuttosto per fare una riflessione fra diffusione culturale e produzione culturale. Si tratta di capire a cosa serve la cultura. Io credo che se vogliamo interpretare il presente e capire la contemporaneità, abbiamo bisogno di ascoltare tutte le forme attraverso cui questa contemporaneità si esprime. Abbiamo bisogno dell’orchestra che ripropone brani scritti secoli fa, ma abbiamo anche bisogno di ascoltare le parole del trapper che vive nei palazzi di via Industria a Pregassona. Non solo riproporre le grandi opere di artisti morti nel settecento ma anche permettere agli artisti attuali di sopravvivere.
Anche negli altri campi artistici le proporzioni sono simili. In Ticino si spende molto per il cinema, ma quasi tutto viene assorbito da grandi eventi in cui il cinema non viene prodotto ma solamente diffuso. Uguale per l’arte visiva. I soldi vanno in gran parte ai musei che espongono le opere e non agli artisti che creano.
Infine, possiamo sicuramente salutare positivamente la proposta del Cantone di contribuire, attraverso un bando, alle spese di affitto degli spazi culturali attraverso i comuni. Ma anche questa modalità di finanziamento mostra alcune lacune. Perché un Comune che ha già una politica culturale illuminata e decide di mettere a disposizione degli spazi potrà beneficiare di questo aiuto. In un Comune che invece non vuole occuparsi di questo tema, il contributo cantonale rischia di non cambiare nulla.
A Lugano pochissimi spazi sono supportati dal comune e spesso sono spazi assegnati decenni fa a realtà culturali che oggi forse non sono nemmeno più così rilevanti per il dibattito. Con questo bando del cantone il potere decisionale resta quindi nelle mani dei Comuni e il sostegno pubblico non arriva direttamente agli operatori culturali che ne avrebbero bisogno. E questo naturalmente pone anche una questione di indipendenza.
Grazie Nic e Sara e tutta la banda del lido per quanto hanno fatto qui al LSD in questi anni e in bocca al lupo per i progetti futuri!
Grazie!
OC – 4.10.2026