1. Mandato e composizione del gruppo
2. Modalità di lavoro e riunioni
3. Considerazioni introduttive
4. Varie forme di risposte
4.1. Centri giovanili
4.2. Occupazione di alloggi
4.3. Centri/associazioni con attività dedicate
5. Centri socioculturali
5.1 Funzioni
5.2 Gestione
5.3 Ubicazione e situazione logistica
5.4 Rapporto con il vicinato
5.5 Rapporti con gli enti pubblici
5.6 Evoluzione dei Centri socioculturali
6. Esperienze nelle varie regioni del Ticino
7. Conclusioni
7.1 In generale
7.2 In particolare

 


 

1. Mandato e composizione del gruppo
Il Consiglio di Stato in data 8 aprile 1997 istituiva un gruppo di studio composto da:

  • Mauro Martinoni, rappresentante Dipartimento dell’istruzione e della cultura, presidente

  • Roberto Sandrinelli, rappresentante Dipartimento delle opere sociali

  • Erasmo Pelli, rappresentante del Municipio di Lugano

  • Sergio Macchi, rappresentante del Municipio di Viganello

  • Mario Asioli, rappresentante del Municipio di Massagno

  • Roberto Lurati, rappresentante del Municipio di Canobbio

  • Francesco Bonsaver, rappresentante del Centro socioculturale

  • Gianni Armi, del Settore attività giovanili, è designato come segretario

con l’incarico di:

  • allestire un rapporto conoscitivo sui centri socioculturali di alcune città svizzere (in particolare di dimensioni modeste): bilancio degli aspetti positivi e negativi;

  • fornire indicazioni propositive per l’eventuale insediamento di progetti socioculturali in Ticino;

  • coordinare i contatti con le autorità cantonali e comunali competenti.

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2. Modalità di lavoro e riunioni
Il gruppo ha deciso di affidare al proprio segretario il compito di raccogliere le informazione su alcune esperienze di Centri socioculturali in Svizzera privilegiando accanto alle esperienze delle grandi città (Berna, Ginevra, Losanna) anche esperienze di centri più piccoli comparabili alle città ticinesi (Aarau, Bulle, Delémont, Wetzikon). L’ipotesi di poter organizzare una visita non ha potuto essere realizzata per mancanza di tempo.
Il gruppo si è riunito a Viganello “La Mugina” i giorni 17 aprile, 2 maggio, 15 maggio: la seduta conclusiva si è tenuta il 28 maggio all’Università della Svizzera italiana, Lugano.
Il presente rapporto è da intendere come documento di lavoro e non esaurisce in nessun modo il tema: può essere utile, a seconda dell’evoluzione della situazione, prevedere ricerche di più lungo respiro sulle varie problematiche toccate.

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3. Considerazioni introduttive
Ci sono società di facile lettura nelle quali i passaggi sono fortemente ritualizzati e l’assegnazione e assunzione di ruoli sociali avviene in maniera prevedibile, e di regola, non conflittuale
Nelle società complesse questo non è più possibile: i percorsi per trovare un proprio spazio si allungano, diventano contorti e spesso non più riconoscibili.
Proprio in queste società si sta facendo strada la richiesta di forme alternative di socialità e produzione, dove i rapporti siano leggibili, dove lo scambio avvenga a un livello riconoscibile e diretto, dove le forme di aiuto siano basati sulla solidarietà e non sull’applicazione di un paragrafo di regolamento. Si parla di azienda civile, di azienda non profit, da contrapporre alla massimizzazione del profitto e all’accumulo di capitale; oppure di forme di espressione artistiche dove si vuole essere protagonisti – modesti e sconosciuti – e non spettatori passivi.
Una di queste forme nuove è la realtà dei centri socioculturali: sono fenomeni che si possono osservare anche nelle nostre piccole città svizzere, dove alcuni gruppi di cittadini – giovani e non più giovani – esprimono in modo diverso forme di vita, di socialità e di produzione culturale.
Riteniamo ci voglia da parte di tutti uno sforzo di comprensione e approfondimento: la disoccupazione – giovanile e non -, l’impossibilità di prevedere il futuro, lo sforzo di trovare nuove forme espressive ci pongono di fronte a situazioni nuove. Quello che una volta si poteva leggere come richiesta di momenti di tempo libero – il classico sabato sera di evasione – diventa ora (per scelta contestatoria della società o per oggettiva impossibilità di inserimento) luogo di vita e di ricerca di identità.

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4. Varie forme di risposte
Per evitare di cadere in facili confusioni si ritiene opportuno far precedere la descrizione dei Centri socioculturali da alcune precisazioni su altre forme associative che rappresentano risposte valide a una problematica differenziata: si propone una distinzione molto chiara per porre didatticamente alcune polarità, pur essendo convinti della possibilità di sovrapposizioni.

4.1.  Centri giovanili
Si tratta in genere di offrire uno spazio e un minimo di quadro istituzionale per l’animazione di attività per adolescenti e giovani: la forma istituzionale è quella dei Centri giovanili con la presenza di un animatore e la proposta di una vasta gamma di attività in larga parte autogestite.
La comunità – sia come ente pubblico, sia come privati – ha riconosciuto l’importanza di questi luoghi di socializzazione nella fase adolescenziale e garantito finanziamenti e messa a disposizione di spazi e risorse.
In particolare nella regione luganese si sono prese importanti iniziative a Viganello, Centro giovanile, e a Lugano, Ufficio giovani (vedi Allegato A).
La frequenza dei centri e l’attività svolta dimostrano che la formula scelta risponde a bisogni reali di un preciso periodo della fase evolutiva (adolescenza e passaggio all’età adulta).

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4.2. Occupazione di alloggi
Rispondono alla richiesta di alloggi di emergenza o alloggi a prezzi bassissimi: sono tipiche di città con elevati affitti e penuria di alloggi. Rispondono sia alla richiesta di alloggi separati da quello dei genitori o di alloggio proprio per ragioni di studio o di lavoro.
Dopo una fase iniziale molto conflittuale, dove l’occupazione illegale prevale, si sono trovate soluzioni più o meno ufficiali con contratti di affitto temporanei, accordi diretti con i proprietari, ecc.
La popolazione giovane può prevalere, ma non si tratta di una problematica specifica giovanile.
Gli aspetti di emarginazione e contestazione sociale collegati a questa problematica (prezzi degli alloggi, speculazione edilizia, occupazioni violente) hanno reso inizialmente difficile la ricerca di una soluzione concordata: nelle principali città svizzere l’occupazione di palazzi in attesa di demolizione avviene ora con contratti temporanei di cui si fa garante l’ente pubblico: per una modica cifra viene garantita acqua e corrente con l’impegno di abbandonare lo stabile quando la demolizione diventa attuale. In genere questa “ritualizzazione” dell’occupazione ha permesso di regolare un problema altrimenti esplosivo.
Secondo l’informazione del Servizio sociale cantonale questo non sembra un problema attuale in Ticino: si possono trovare adeguate soluzioni anche per situazioni di emergenza.

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4.3. Centri/associazioni con attività dedicate
Gruppi di cittadini si possono associare per perseguire attività sociali, culturali o sportive specifiche: si possono immaginare attività culturali (teatro, cinema) o di servizio (volontariato) o sportivo (palestre, campi di calcio, capanne alpine, piscine ecc.) che raccolgono persone – giovani o non giovani – che si riconoscono in un progetto specifico e continuato nel tempo.
La popolazione giovane può prevalere, ma non si tratta di una problematica specifica giovanile: la caratteristica è data dalla adesione a un progetto specifico.
In particolare le attività che si inseriscono in una lunga tradizione (sport, scoutismo, musica, teatro, ecc.) non faticano a trovare sicura legittimazione, anche se spesso la possibilità di finanziamento non è pari alle aspettative.
In alcuni casi – manifestazioni sportive di massa per esempio, o sport rumorosi – la possibilità di conflitto con i residenti è spesso molto acuta.
Di regola si chiede una parte importante di volontariato e di autofinanziamento, mentre il sostegno pubblico si concentra nella messa a disposizione di determinate strutture e di sussidi complementari.
Soprattutto nei gruppi piccoli con scarso sostegno finanziario esterno il grado di autonomia è molto elevato.
Analogamente a quanto avviene con i Centri socioculturali autogestiti queste attività possono funzionare da calamita per frange marginali che utilizzano questo spazio sociale per manifestare il loro disagio (violenza dopo le partire di calcio o hockey, vandalismi, ecc.).

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5. Centri socioculturali
La realizzazione di un Centro socioculturale risponde alla richiesta di un gruppo costituito che definisce uno o più progetti socioculturali e promuove la ricerca delle risorse (spazi, mezzi, competenze) per la sua realizzazione.
La popolazione giovane può prevalere, ma non si tratta di una problematica specifica giovanile: la caratteristica è data dalla volontà di formulare e realizzare un progetto sociale o culturale , anche se dai contorni vasti e mutevoli e di tipo alternativo alla “cultura ufficiale”.
La complessità dei progetti presenti nella definizione di un centro socioculturale lo differenzia chiaramente da un centro del tempo libero: può assumere per certi momenti e per certi prodotti anche questa funzione, ma la caratteristica centrale rimane la creazione di un luogo di produzione e scambi sociali alternativi alle regole di mercato.
In base alle schede raccolte sulle esperienze in atto in varie città svizzere e all’esperienza di Viganello si possono tracciare alcuni schemi generali, premettendo che non esauriscono certamente il tema.

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5.1. Funzioni
In genere convivono una pluralità di funzioni che coprono aree molto vaste; l’elencazione non è fatta in ordine di importanza; infatti la priorità assegnata alle varie funzioni può modificarsi nel tempo a seconda dell’evoluzione della società:

  • autoimprenditorialità (creazioni di posti di lavoro e di occupazioni): rispondono alla logica dell’azienda sociale, azienda cioè che pur tendendo al profitto non può distribuire eventuali utili, ma li deve reinvestire nell’attività sociale. Si inseriscono nel filone del lavoro “protetto” o “alternativo”, per categorie di lavoratori che per ragioni varie (invalidità, età, disoccupazione, scelta ideologica) sono fuori dalla logica della produzione e non sono in grado di competere in una situazione lavorativa tradizionale.

  • formazione e autoformazione: organizzazione di attività formative in vari campi, utilizzando le competenze dei membri dell’associazione.

I contenuti possono andare da apprendimenti specifici (arte, lingue, musica) alla riflessione politica sulla vita sociale.

  • gestioni di servizi (mense, bar, ecc.) che possono essere aperte anche all’esterno, nell’ottica della azienda sociale.

  • attività culturali (mostre, teatro, cinema, concerti, ecc.)

  • attività ricreative (giochi,feste, attività di aggregazione, ecc.).

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Nella definizione degli obiettivi si sottolinea la partecipazione attiva nella creazione della cultura e dei servizi, volendo sottrarsi a una logica di consumo passivo di prodotti (per esempio, musica, concerti dove si ricrea il modello di pochi attori e tanti spettatori passivi): offrire posti di produzione culturale e non posti di consumo di prodotti di divertimento.
I rapporti lavorativi possono essere regolati con forme diverse dal pagamento monetario, per esempio con modelli tipo banca del tempo, dove le varie attività di servizio vengono scambiate, senza l’intermediario della moneta (sistema di scambio locali, banca del tempo, ecc.).
In ogni centro socioculturale autogestito l’equilibrio tra il polo sociale e quello culturale è diverso e può variare nel tempo: in alcuni casi un polo prevale chiaramente, portando a precisi profili di attività, pur senza ridursi a un solo interesse monolitico. La disoccupazione giovanile ha provocato un maggior peso dato al polo sociale: il centro diventa un tentativo di trovare una nuova identità, anche lavorativa. L’inserimento – non generalizzato – di alcune abitazioni non risponde tanto alla carenza pratica di appartamenti, ma sottolinea l’appartenenza, la ricerca di una identità.
In alcuni testi di presentazione ci si trova di fronte alla descrizione di un progetto di villaggio autosufficiente, di sperimentazione di nuovi rapporti sociali, di “nave” che assume tutte le funzioni necessarie al singolo: luogo di protezione e transizione nello stesso tempo.
In altri prevale chiaramente la critica sociale e l’intenzione di creare una palestra per il cambiamento della società, le cui forme organizzative e di produzione vengono rifiutate.
L’accoglienza di persone con pronunciate problematiche sociali (dipendenze, malattie) non sostituisce la necessità di strutture specializzate, con le quali si ricercano rapporti di complementarietà.

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5.2. Gestione
Dal punto di vista della gestione si propongono forme più o meno spinte di autonomia diretta, con il potere decisionale affidato all’assemblea e le deleghe esecutive ridotte al minimo.
Il concetto di autonomia e autogestione si pone spesso in termini estremi con una forte diffidenza contro ogni regolamentazione esterna, anche se limitata alla applicazione delle normali leggi applicate per quanto riguarda l’igiene, la polizia del fuoco, la sicurezza, la quiete pubblica.
L’evoluzione dei centri, l’ottenimento di sostegno da parte dell’ente pubblico, la maggior attenzione verso un prodotto culturale da offrire al pubblico portano a modalità di gestione più integrate con la creazione di gruppi di lavoro e comitati dove anche rappresentanti esterni ai gruppi promotori partecipano alle decisioni.
Da un punto di vista istituzionale, dopo un inizi poco strutturato, si sono di regola create associazioni, cooperative o fondazioni come persone giuridiche di riferimento per stabilire i rapporti con l’autorità politica

5.3. Ubicazione e situazione logistica
Risulta abbastanza generalizzato l’uso di stabili industriali in disuso, mentre non è unitaria la collocazione centrale o periferica dello stabile, rimanendo in tutti i casi una risposta a problemi dell’area urbana e non di quella rurale.
L’uso di vecchi fabbricati industriali risponde bene alla pluralità delle funzioni assunte dal Centro socioculturale in quanto permette di ricavare spazi funzionali alle varie attività: produzione, servizi, spettacoli, ecc.
La presenza di una zona industriale relativamente estesa ha permesso in alcune città di trovare una ubicazione non eccessivamente periferica e nel contempo separata dalla zona abitativa, riducendo al minimo gli inconvenienti per gli abitanti del quartiere (rumori, traffico, ecc.).

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5.4. Rapporto con il vicinato
Il disturbo del vicinato è accentuato dalle attività musicali e quelle con forte affluenza di pubblico: le attività di tipo sociale o autoimprenditoriale pongono problemi minori.
Aldi là del disturbo oggettivo va considerata la reazione di rigetto di fronte a forme culturali alternative: in alcuni centri il coinvolgimento diretto della popolazione del quartiere ha permesso di migliorare questa percezione negativa.

5.5. Rapporti con gli enti pubblici
Di regola l’ente pubblico (in genere la città sede) mette a disposizione gratuitamente o a affitto limitato gli spazi necessari per le attività: anche se è difficile quantificare questi contributi si tratta spesso di cifre non indifferenti in particolare se l’ente pubblico si assume le spese per gli indispensabili interventi relativi all’accesso, all’igiene e alla polizia del fuoco.
In alcuni casi le singole attività sono finanziate come le altre manifestazione e attraverso una valutazione di qualità.

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5.6. Evoluzione dei Centri socioculturali
Non è possibile fare affermazioni generali, ma solo definire alcune tendenze.
Dopo una fase di totale volontariato e di gestione assembleare, si definiscono funzioni stabili che via via si professionalizzano anche grazie al consolidamento dell’attività e dei relativi sussidi. Questa evoluzione è spesso fonte di conflitti interni e provoca la creazione di gruppi alternativi che danno inizio ad altre attività. : nella misura in cui si definiscono obiettivi più precisi , si indicano anche le esclusioni sia in termini di attività, sia di comportamenti (la definizione dell’attività e dei criteri di appartenenza definiscono dei limiti e delle aree di esclusione anche come mezzo per difendersi da situazioni di disturbo come potrebbe essere il consumo e spaccio di droghe pesanti e le gravi forme di disadattamento).
Questa evoluzione porta spesso a una definizione più ristretta della finalità del Centro socioculturale che da luogo di vita totalizzante diventa una risorsa che si occupa in particolare di alcuni aspetti (attività artistica, culturale, autoimprenditorialità, ecc.) e a una diminuzione della carica di contestazione globale del sistema sociale.

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6. Esperienze nelle varie regioni del Ticino
La configurazione geografica del Cantone e la pluralità di bisogni a cui un centro socioculturale risponde renderà necessaria la creazione di più strutture, diverse fra loro e distribuite su tutto il territorio cantonale.
E’ da ipotizzare la possibilità di un’influenza culturale da parte di esperienze simili del Nord-Italia.
Nell’allegato B abbiamo cercato di fare una sintesi molto rapida delle varie iniziative che si sono sviluppate nelle diverse regioni: ci si rende conto della ricchezza degli stimoli e della diversità delle soluzioni prospettate e spesso realizzate.
Non si tratta perciò in nessun modo di ipotizzare un modello ideale da riprodurre nelle varie regioni, ma di reagire con sensibilità agli stimoli e alle risorse presenti localmente.
In questo senso non si può parlare di una pianificazione cantonale, ma della convinzione che non si tratta di un problema solamente luganese, ma di bisogni presenti anche altrove e per i quali vanno trovate risposte. Una politica di intervento attivo che non attenda lo scoppio del conflitto, ma stimoli, come già si è fatto con successo con i centri giovanili, la ricerca di soluzioni partecipative può essere consigliata. L’intera gamma delle possibili realizzazioni – dal centro di produzione artistico per poche persone al centro polivalente per centinaia di utenti – va tenuta presente per una risposta flessibile ai bisogni emergenti. Anche forme miste tra centri giovanili, centri socioculturali, centri artistici o di autoimprenditorialità possono rappresentare formule adeguate.

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7. Conclusioni

7.1. In generale
L’aspetto globale delle rivendicazioni, l’assenza di piani precisi, la confusione tra attività socioculturale e protesta sociale hanno reso spesso impossibile identificare un nucleo progettuale attorno al quale definire accordi e confini precisi: anche la comprensione limitata a “centro di tempo libero” ha contribuito a rendere difficile il dialogo tra autorità e proponenti.
Inoltre la confusione con l’occupazione di alloggi a scopo abitativo ha reso difficile la ricerca di una soluzione accettabile (cioè politicamente difendibile davanti alla popolazione e se del caso in una votazione popolare).
Anche il mettere in primo piano la problematica “giovanile” ha ulteriormente confuso la situazione e resa difficile un’intesa: sembra infatti che la creazione di un Centro socio-culturale sia l’unica risposta necessaria di fronte ai “bisogni dei giovani” non ulteriormente analizzati. I Centri giovanili, le associazioni culturali, sociali e sportive rimangono momenti essenziali per una corretta politica culturale che tenga conto anche dei bisogni dei giovani.
I Centri socioculturale rappresentano invece un elemento ulteriore in una rete complessa di risposte e non sostituiscono né tolgono valore alle altre istituzioni.

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7.2. In particolare
Valutando la situazione delle varie città svizzere si può affermare che a creazione di Centri socioculturali risponde a un bisogno reale: la sua realizzazione va perciò considerata positivamente, anche tenendo conto del difficile momento occupazionale e le profonde mutazioni sociali a cui dobbiamo far fronte.
L’ubicazione deve rispondere sia alle necessità delle attività previste delle associazioni promotrici, sia rispondere a criteri pianificatori tali da non arrecare eccessivo disturbo al vicinato.
La costruzione deve permettere soluzioni semplici in modo da adattarsi all’evolversi dei progetti: fabbriche, costruzioni tecniche o luoghi pubblici in disuso possono rispondere al meglio allo scopo. La superficie necessaria varia da progetto a progetto, ma deve permettere una sufficiente flessibilità.
L’intervento finanziario dell’ente pubblico si giustifica -analogamente a quanto avviene per altri progetti – di fronte a garanzie di serietà e capacità realizzative e non perché si è “giovani” o si è “alternativi”. L’impegno economico dell’ente pubblico si può in una prima fase concretizzare nella messa a disposizione – gratuitamente o a prezzi politici – delle infrastrutture necessarie. Un sostegno finanziario diretto a singole attività va valutato caso per caso in base alle leggi vigenti.

Firme dei membri del gruppo:
Mauro Martinoni
Roberto Sandrinelli
Erasmo Pelli
Sergio Macchi
Mario Asioli
Roberto Lurati
Francesco Bonsaver

Lugano, 28 maggio 1997