«Date ascolto alla cultura “indie”»

È multiforme, vivace ed è presente su tutto il territorio cantonale. Ma si ritrova chiusa da paletti burocratici e mancanza di spazi. La realtà della cultura indipendente ticinese chiede anzitutto di essere compresa. Ne abbiamo parlato con Chiara Fanetti all’inizio di un anno cruciale.

Testo Keri Gonzato

Tra la fine del 2022 e la primavera del 2023, la scena della cultura indipendente ticinese ha subito una notevole quanto benvenuta scossa. Sul sedime della Gerra, a Lugano, “La straordinaria” ha ospitato la Tour Vagabonde, un palcoscenico itinerante nato a Friborgo nel 1996, ciò che ha generato grande interesse e partecipazione. Da quell’esperienza è poi nata “La carta della Gerra”, un documento che propone una riflessione rispetto all’urgente necessità di spazi e di sostegno. Ma anche di riconoscimento di questa realtà e del suo ruolo artistico e sociale.

Che impatto hanno avuto queste due iniziative sulla percezione della cultura indipendente in Ticino?

Hanno avuto un impatto fondamentale nell’ampliare il discorso culturale e hanno dato visibilità a voci che spesso non trovano spazio nel dibattito pubblico. Era importante che iniziative come queste prendessero piede. La scomparsa di luoghi e palchi ha fatto sentire la necessità di rispondere, di difendere e di riqualificare spazi di espressione alternativa.

Un ambito particolarmente colpito dalla diminuzione degli spazi è quello della musica: è d’accordo?

La situazione è difficile. Nel Luganese lo Studio Foce è l’unica sala concerti rimasta. Esercizi pubblici come Bar Oops, Bar Kulma e Lido San Domenico ospitano regolarmente dei live e Jazz in Bess fa un lavoro incredibile. Ma sono pochi i luoghi dove un gruppo può suonare. E l’Ex-Macello era uno spazio importante anche per la musica. Anche nel Bellinzonese abbiamo perso palchi preziosi. Il problema riguarda tutto il territorio e anche chi organizza eventi per un pubblico più ampio. Il
Covid ha avuto il suo impatto, soprattutto sui locali, ma chi organizza eventi fa soprattutto fatica a trovare flessibilità e tolleranza per permessi, orari, volumi. La musica contemporanea necessiterebbe un maggior riconoscimento del suo valore culturale. Detto questo, molte associazioni, pur nelle difficoltà, stanno riuscendo a farsi sentire e a legittimarsi.

Tra gli spazi in via di estinzione ci sono anche le sale cinematografiche: cosa sta accadendo?

La sala cinematografica non è in estinzione, ma purtroppo non ha più il ruolo centrale che ricopriva in passato per scoprire e guardare film. Le motivazioni le conosciamo, tra moltiplicazione degli schermi e diffusione dello streaming. Tuttavia, ci sono segnali di resistenza. Un numero crescente di giovani si iscrive a piattaforme come Letterboxd per condividere i propri interessi cinematografici e cresce la curiosità per il cinema “old school”, le produzioni di nicchia e i festival. Resistono tante realtà e sale sparse sul territorio, da Mendrisio ad Airolo passando per il Locarnese. Tra molte difficoltà, gestori, volontari e cineclub s’impegnano a garantire programmazioni di qualità, di ricerca, rendendo la sala cinematografica un luogo di scambio culturale con ospiti, anteprime e rassegne.

Qual è il ruolo della politica e delle istituzioni locali?

Si tratta in primo luogo di un ruolo di supporto, attraverso i sostegni finanziari e la promozione della cultura indipendente, tramite progetti e collaborazioni. Ma è anche un ruolo di ascolto, fondamentale in questo periodo, per comprendere la natura di molte attività, così come le problematiche e i cambiamenti che hanno vissuto negli ultimi anni.

Sembra che si stiano sviluppando dei dialoghi interessanti…

Nel Luganese, soprattutto dopo “La Straordinaria”, si è imposto il tema degli spazi per la cultura non istituzionale e per i suoi professionisti. Il dialogo è aperto e immagino che ci saranno sviluppi nel corso di quest’anno, mentre in sospeso resta la questione dell’autogestione. A Locarno c’è stata una bella apertura nel mettere a disposizione il Castello Visconteo per un festival come “Crampi al Cuore”, un evento multidisciplinare molto interessante. E la Città, con lo Spazio Elle, ospita molte realtà ed eventi tutto l’anno. Sono solo alcuni esempi. Quello che credo sia importante ora è raggiungere stabilità e continuità, per trovare soluzioni che garantiscano quotidianità ad attività e collettivi.

Quali sono gli aspetti positivi e quali i limiti delle interazioni tra spazi istituzionali e indipendenti?

Le collaborazioni tra spazi istituzionali e indipendenti sono sempre positive. Negli scorsi anni, alcune istituzioni si sono avvicinate alle nuove generazioni di artisti e curatori, coinvolgendoli in progetti e mettendo a disposizione spazi. Tuttavia, credo che certe realtà debbano poter esistere senza chiedere il permesso, senza dover rispettare paletti che ne limitano la spontaneità e la creatività. È fondamentale che ci sia fiducia e che questi spazi possano respirare liberamente.

Il sostegno federale e cantonale alla cultura “indie” è sufficiente?

Pro Helvetia e altre fondazioni supportano numerosi progetti indipendenti. Realtà come La Rada, a Locarno, e Sonnenstube, a Lugano, sono esempi di spazi che promuovono l’arte contemporanea e che ricevono un sostegno concreto importante, anche dal Cantone. Eventi come il “Verzasca Foto Festival” sono cresciuti a livello internazionale anche grazie a questi aiuti. Tuttavia, affinché queste voci possano prosperare, è necessario che le istituzioni non solo le finanzino, ma che ne
comprendano davvero la natura, facilitando la loro attività con una burocrazia più snella e flessibile. Oggi, chiedere il permesso per un concerto o un evento è troppo spesso un processo lungo e complicato, che non tiene conto delle esigenze dinamiche di queste realtà.

Il Ticino è piccolo, ma dimostra un substrato culturale vivace…

Da quando mi occupo di Cult+, non siamo mai stati a corto di idee. Eventi come il festival “Facciamo la Corte!” a Muzzano, che raccoglie la scena musicale alternativa svizzera, dimostrano che il nostro territorio è un centro di cultura interessante. Anche realtà come Spazio Lampo e il festival “Chiasso Means Noise” stanno sviluppando connessioni con altre regioni della Svizzera, l’Italia e l’Europa. L ‘Associazione +41, che opera spesso nell’ex-Saceba a Morbio Inferiore, è un altro esempio di come la scena culturale ticinese stia coltivando legami e aprendo spazi per artisti di tutte le lingue e regioni. Fishnet Collective dal Gambarogno sta facendo
altrettanto in campo artistico e musicale. Questa apertura e la creazione di connessioni internazionali non sono più una novità, ma una realtà consolidata che permette anche agli artisti locali di muoversi altrove. È fondamentale, però, continuare a coltivare un ambiente stimolante e accogliente anche per le nuove generazioni, affinché non siano costrette a cercare altrove quello che il Ticino non offre.

Qual è il suo desiderio per il 2025?

L’ascolto da parte delle istituzioni c’è. Quello che manca ancora è il riconoscimento di determinate esigenze delle realtà culturali indipendenti. Queste voci hanno bisogno di un ambiente che favorisca la loro crescita, proprio come è accaduto in città come La Chaux-de-Fonds o Zurigo, dove sia gli spazi indipendenti che quelli autogestiti sono legittimati da decenni. Spero in soluzioni concrete: nuovi spazi, facilitazioni burocratiche e un sostegno che permetta alla cultura indipendente di prosperare e contribuire alla vivacità del nostro territorio.