Alla ricerca di spazi ed equità
Dallo scorso maggio, la Divisione della cultura e degli studi universitari del Cantone Ticino ha un nuovo direttore, Massimo Zenari. Lo abbiamo incontrato per fare il punto su politica culturale e cultura indipendente.
Testo Sebastiano Marvin – Foto Alain Intraina
Entrando in carica ha ereditato le “Linee programmatiche cantonali di politica culturale 2024-2027”. La prima frase di quel documento è: “La cultura è l’anima di un Paese”. Cosa significa per lei?
È una domanda impegnativa. Quello che mi sento di dire, a titolo personale, è che la cultura è un modo comune a tutte le persone, seppure in forme diverse, di intendere la propria esistenza, e che ci permette il confronto con noi stessi nella relazione con la collettività a cui apparteniamo.
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Per quanto riguarda la politica culturale, quali saranno le sue priorità?
Uno degli obiettivi che mi sono prefissato è quello di rafforzare le relazioni con i Cantoni quantomeno dell’arco alpino, non solo con quelli romandi, coi quali esiste un rapporto storicamente solido. Ma un obiettivo importante di questa legislatura è il sostegno alla cultura indipendente. E su questo punto, con la Consigliera di Stato Marina Carobbio c’è piena convergenza.
Lo scorso gennaio, su tale tema, avevamo intervistato Chiara Fanetti. Il 2025 sembrava poter essere un anno di svolta per la cultura indipendente in Ticino. Invece tutto sembra essersi fermato. È così?
No, non è così. Ci stiamo muovendo con serietà alla ricerca di quegli spazi che la cultura indipendente chiede da tempo. È un’operazione complessa, che ci impegna con numerosi operatori culturali e con numerosi Comuni, grandi e piccoli, in collaborazione con la Sezione della logistica del Dipartimento delle finanze e dell’economia. E al riguardo segnalo con piacere il nuovo “Rapporto statistico sul settore culturale nel Cantone Ticino”, appena pubblicato dal nostro Osservatorio culturale: vi si trova lo stato dei lavori con una preziosa mappatura degli spazi dismessi potenzialmente disponibili. È una ricerca che prova a rispondere proprio a quelle esigenze sollevate dalle “Linee programmatiche cantonali” a cui lei faceva riferimento. È un primo passo, perché accanto alla mappatura abbiamo svolto altre ricerche che sfoceranno in proposte concrete che presenteremo a breve. Quello che a noi preme è riuscire a sostenere gli operatori culturali e gli artisti, così come i tecnici e le maestranze, affinché possano vivere del proprio lavoro, dignitosamente, a parità di genere. La soddisfazione è che col 2026 è entrata in vigore la modifica della Legge sul sostegno alla cultura proposta dal DECS e approvata dal Gran Consiglio, che vuole rafforzare proprio la partecipazione e la mediazione culturale. Stiamo seminando. Ma non bisogna dimenticare che la consigliera di Stato è in carica soltanto da due anni e mezzo, e ogni lavoro importante presuppone tempi realizzativi lunghi. Il silenzio è solo apparente.
Perché è così importante sostenere la cultura indipendente?
A noi interessa valorizzare il territorio nel suo insieme. E chi può farlo meglio della cultura, dell’espressione artistica? Oltretutto, parlare di cultura indipendente significa in molti casi parlare di espressione giovanile. C’è bisogno che i giovani portino alla società idee nuove e nuovi slanci. Sono quasi sempre queste piccole realtà le migliori a intercettare e a tradurre in gesti artistici, con linguaggi nuovi, il senso e le contraddizioni delle nuove tecnologie. Anche per questo motivo credo sia fondamentale sostenerle. Oltre a ciò, sarebbe importante ridistribuire in modo un po’ più equo sovvenzioni e sussidi.
Esiste un problema in tal senso?
La parte più consistente del nostro budget va alle grandi istituzioni, le nostre realtà maggiori: il Museo d’arte della Svizzera italiana, di cui il Cantone è cofondatore con la città di Lugano, l’Orchestra della Svizzera italiana e il Locarno Film Festival. Il loro sostegno non è in discussione, è politicamente vincolato. Ma è altrettanto vero che c’è tutto un altro mondo culturale e artistico, più piccolo ed eterogeneo, che merita di essere valorizzato e sostenuto. Ed è appunto uno degli obiettivi di questa legislatura. Poi guardiamo alle aree più periferiche, perché le grandi città tendono ad attirare nella propria orbita chi fa cultura e a concentrare così i finanziamenti più importanti. Ma ci stiamo adoperando affinché anche le valli e le zone più discoste possano usufruire di un sostegno equo. E da ultimo, non va taciuto che anche nelle imprese culturali esiste ancora una disparità di retribuzione tra uomini e donne.
Secondo lei nelle realtà più piccole c’è una presa di coscienza dell’importanza del lato economico della cultura?
Credo proprio di sì. Occorre sfatare il luogo comune che taccia di sprovvedutezza o naïveté chi fa cultura. Tutte le operatrici e tutti gli operatori culturali con i quali ho avuto modo di confrontarmi hanno dimostrato grandissima attenzione anche all’aspetto finanziario, con competenza. Sono professionisti. E la “Carta della Gerra”, un documento che propone una riflessione sul ruolo della cultura indipendente in Ticino elaborato dall’associazione Idra nel 2024, dimostra proprio la capacità di avere una visione culturale che viene dall’esperienza.
E nel resto della società?
La cultura è anche un’attività produttiva: porta ricchezza. Lo dimostrano studi commissionati dalla Confederazione e dal Cantone. Purtroppo, è un aspetto tuttora poco riconosciuto dalla nostra classe politica, che in prevalenza considera la cultura come l’espressione di un’élite. Ma, come dicevo, la cultura siamo noi, riguarda tutta la cittadinanza.